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Nell’annuale convegno The State of the Union, svoltosi a Firenze tra il 5 e il 7 Maggio, si è parlato della condizione delle donne in Europa e nel Mondo.

The State of the Union è il discorso presentato annualmente dal Presidente degli Stati Uniti al Congresso, in cui viene fatto il punto sulle condizioni del Paese, delineata l’agenda legislativa, e definite le priorità. Su questo modello, è nata in Europa un omonimo evento annuale organizzato a Firenze dall’Istituto Universitario Europeo. Grandi esperti dal mondo dell’università, della politica, della cultura e dell’economia si incontrano per discutere un tema di interesse internazionale. Quest’anno The State of the Union si è svolto tra il 5 e il 7 Maggio nelle ville dell’Istituto Universitario Europeo e a Palazzo Vecchio, sede del municipio del capoluogo toscano. Il tema del 2016 era: Donne in Europa e nel Mondo. Tra gli italiani erano presenti Ignazio Visco, presidente della Banca d’Italia, Gioia Ghezzi, presidente di Ferrovie dello Stato Italiano e Matteo Renzi, presidente del Consiglio. Ad una donna è spettato il compito di proporre il discorso principale, il vero e proprio State of the Union. La Professoressa Ruth Rubio Marín, docente di diritto costituzionale e pubblico comparato all’Istituto Europeo ha parlato a Palazzo Vecchio di fronte ad un pubblico entusiasta. Il suo è stato un discorso forte, in cui sono stati messi in evidenza i punti ancora da sciogliere per arrivare alla parità di diritti tra uomini e donne in Europa. Il discorso è iniziato con una carrellata di ambiti in cui la donna vive tuttora in una condizione di oppressione.

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Il primo è la violenza. Secondo i dati UN del 20151, in alcune regioni del Mondo la violenza psicologica contro le donne è superiore al 40%, e i casi di violenza fisica o sessuale colpiscono il 35% delle donne. Questo significa che milioni di donne, che subiscono queste ed altre forme di violenza, vivono in uno stato di terrore ed oppressione, e queste condizioni sono ancora molto presenti anche in Europa, in cui, oggi, i casi di violenza riguardano una donna su tre.
Il secondo aspetto è legato allo sfruttamento e alla marginalizzazione. Nel mondo le donne oggi guadagnano tra il 10 e il 30% in meno degli uomini. Nel 2014 lo stipendio lordo delle donne era del 16.1% inferiore a quello degli uomini, se consideriamo i 28 stati dell’Europa, del 16.5% se invece guardiamo agli stati dell’area Euro. Inoltre le ore dedicate al lavoro di cura da parte delle donne europee sono 26 alla settimana, quelle degli uomini sono solo 9. Questo è quello che viene chiamato “sfruttamento” (in inglese exploitation), ovvero usare il lavoro delle persone per produrre profitto non offrendo in cambio un equo compenso, e “marginalizzazione”, ovvero relegare un gruppo di persone ad una posizione sociale inferiore o ai bordi della società.
Poi c’è l’assenza di potere. Delle aziende inserite annualmente nella lista Fortune 500 del 1998, una sola era diretta da una donna. Nel 2015 le donne CEO delle aziende sono 25, il 5% del totale. Inoltre, le donne sono il 37% del Parlamento Europeo,solo il 21% dei giudici della corte di giustizia, e, infine, sono solo due su 24 membri nel consiglio della Banca Centrale Europea. Avere una posizione di potere significa per le donne europee essere tra le poche in grado di rompere il “soffitto di cristallo” ovvero superare l’insieme di barriere sociali, culturali e psicologiche che si frappone come un ostacolo insormontabile, ma all’apparenza invisibile, al conseguimento della parità dei diritti e alla concreta possibilità di fare carriera nel mondo del lavoro (definizione Treccani).
Infine, un ultimo aspetto legato all’oppressione delle donne è di origine culturale. Si tratta dell’androcentrismo, un modello istituzionalizzato, che privilegia tratti associati alla mascolinità, mentre svalorizza tutto ciò che è associato al mondo del femminile. Questo tipo di orientamento è espressamente codificato in molte aree del diritto, delle politiche di governo, ma è presente anche nella cultura popolare e nelle interazioni quotidiane. Si esprime attraverso i pregiudizi, e riduce le donne alla loro propensione ai lavori di cura, ai quali, pur richiedendo attività intense, non viene riconosciuto né il giusto valore economico né la giusta dignità.

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L’eguaglianza tra uomini e donne è ancora lontana per l’Europa. In questi anni si sono però viste alcune tendenze che non possono essere ignorate. Nonostante la crisi economica, o anzi proprio a causa della crisi, la partecipazione femminile nel mercato del lavoro non ha mai smesso di crescere. L’attaccamento alla carriera da parte delle donne aumenta ed è dovuto alla ricerca dell’indipendenza economica, dell’espressione delle ambizioni personali, o, semplicemente, alla necessità. Questa forza porta inevitabilmente alla decadenza del modello tradizionale del male breadwinner, l’uomo come unico capofamiglia dedicato al lavoro. Un riavvicinamento a questo modello sembra poco probabile. Servirebbero reti familiari forti, lavoro maschile sicuro e stipendio degli uomini sufficiente a coprire i bisogni dell’intera famiglia. Invece, sembra esserci tutto l’interesse a mantenere o crescere i livelli di partecipazione femminile nel mercato del lavoro. Inoltre, attualmente in Europa le ineguaglianze di genere nel mercato del lavoro, a partire dalla diffusione del part-time, passando dai lavori occasionali, fino alla questione delle disuguaglianze retributive sono in diminuzione. Il gap, però, si è chiuso principalmente perché si è abbassato il livello della qualità del lavoro degli uomini, e non perché si sia alzato quello delle donne. Infine, un’ultima dinamica dell’Europa di oggi favorisce le donne, specialmente quelle che lavorano: la crisi economica ha portato in molti casi, infatti, ad una ridefinizione del contributo statale alla cura dei figli e degli anziani, un modo per andare incontro alle necessità delle famiglie in cui oltre agli uomini lavorano anche le donne e nessuno si prende cura a tempo pieno di figli o genitori anziani.

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Oppressione persistente e avanzamenti recenti contribuiscono a mostrare un’immagine generale dell’Europa dei nostri giorni rispetto al tema dell’uguaglianza tra uomini e donne. Tra gli scenari possibili per il futuro dell’Europa ce n’è uno auspicabile. In questo scenario è prevista la presenza equa di uomini e donne in ogni luogo di decisione. È inoltre attesa una spinta alle politiche di parità, ad esempio inserendo la prospettiva di genere nella macroeconomia o nella decisione dei bilanci. Oltre a ciò, le politiche che permettono di bilanciare il lavoro di cura e quello nel mercato del lavoro dovrebbero essere intrinsecamente valide per tutti, non solo per le donne. Questo significa avere accesso ad un lavoro di cura di alta qualità per tutti, congedi parentali per uomini e donne, lavoro flessibile, possibilità di lavorare da casa, e misure innovative, anche fiscali, per promuovere una divisione equa di lavoro e cura. Andare in questa direzione è il modo appropriato per un cambiamento dell’Europa, per garantire alle donne del nostro continente eguaglianza e libertà dalle oppressioni.

1 In questo testo riporto esempi e argomentazioni tratte o tradotte dal Keynote Address della Professoressa Ruth Rubio Mario, tenuto il 6 Maggio a Palazzo Vecchio. I dati a cui si fa riferimento sono i dati UN ed Eurostat presentati nell’ambito dell’evento The State of the Union. Per il discorso completo: stateoftheunion.eui.eu

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About Author

Alessandra Minello

Sono Research Fellow all’Istituto Universitario Europeo a Firenze, dove mi occupo di traiettorie di genere nell’istruzione e nel mercato del lavoro in Germania. Nel 2013 ho ottenuto il dottorato di ricerca in Sociologia e Ricerca Sociale all’università di Trento: nella tesi dottorale mi sono occupata delle aspettative di istruzione delle prime e seconde generazioni di stranieri in Italia. Durante il dottorato ho collaborato con il Dondena Centre for Research on Social Dynamics, all’Università Bocconi di Milano. Infine partecipo ad un progetto di demografia storica dell’Universitá di Padova sulla mortalità infantile nel Veneto dell’Ottocento. Sono appassionata di scrittura, fotografia e arte.

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